APPROFONDIMENTI / INSIGHTS*

*I testi qui riportati sono di Stefano Liberti. Pray for Seamen, Cesura Publish 2023

Trapani, Sicilia

In una delle strade che tagliano longitudinalmenteil centro di Trapani s’incontra una bottega storica. Al suo interno, seduto su una sgabellino che pare stare lì da sempre, c’è Platimiro Fiorenza, orafo, gioielliere, artigiano e “tesoro umano vivente,eredità immateriale della Sicilia? Nato nel 1944 in questa città a forma di falce tutta circondata dal mare, quest’uomo dallo sguardo acuto è I’ ultimo “ mastru curaddaru”, custode di un’arte talmenteantica che l’Unesco lo ha eletto patrimonio mondiale dell’umanità. Qui nei secoli passati vivevano decine di cercatori di corallo. Si imbarcavano di buon mattino e calavano in mare l’ingegno, la croce di legno zavorrata da grossi pesi ed equipaggiata con pezzi di rete con cui strappavano direttamente dal fondale i rametti rossi. In anni più recenti, gli ingegni sono stati sostituiti da sub armati di piccozza, capaci di fare una pesca più selettiva. Mai cacciatori di corallo sono sempre stati parte di una filiera floridae funzionante: una volta a terra, vendevano il loro bottino ai mastri corallai, che lo lavoravano con sapienza creando oggetti preziosi, collane, lampade, presepi, statue di santi e di madonne. Raccontano gli annali che nel 1570 gli artigiani trapanesi composero su indicazione del viceré di Sicilia l’opera in corallo più imponente e bella di sempre, “La montagna un complesso di 90 pezzi che rappresentava la vita del Cristo. Inviato come dono a Filippo II di Spagna, il capolavoro è affondato in un naufragio, rimanendo punto di riferimento di maestranze che si tramandavano la storia di bocca in bocca e il sapere di padre in figlio. Oggi di questa tradizione è rimasto poco: Fiorenza non ha epigoni. “Anche perché non c’è la dedizione al lavoro artigianale, la pazienza di imparare a creare qualcosa di unico” Seduto nel retro della sua bottega, in un minuscolo spazio dove con strumenti antichi plasma opere che gli commissionano da tutto il mondo, Platimiro ricorda quando a sette anni ha cominciato a fare il garzone nella bottega del padre, l’orafo-corallaio Pasquale Fiorenza. “Era un mondo fatto di sudore, di fatica ma anche di grandi soddisfazioni. Ho imparatoun mestiere osservando mio padre, sperimentando con gli attrezzi e con le mani” La bottega di Fiorenza è l’ultimo residuato di un’epoca che volge al termine. A Trapani non ci sono quasi più mastri corallai. Né ci sono cercatori di corallo. Né, a dire il vero, c’è il corallo. Lo sfruttamento intensivo, favorito dall’uso indiscriminato dell’ingegno, ha prodotto scarsità. “Da queste parti non se ne trova più. L’abbiamo preso tutto, impedendo la riproduzione: Platimiro ha le sue scorte, che conserva gelosamente. Chi si è arricchito nei tempi d’oro è passato a fare altro. E quest’arte nobile di creare opere d’arte dal ricercato materiale sembra condannata a rimanere un ricordo delle generazioni passate. La fine dei corallai è un riflesso di una crisi piùgenerale che investe l’essenza stessa di Trapani. Lacittà pare oggi dibattersi a caccia di un’identità chenon riesce a definire. Le attività che storicamentel’hanno caratterizzata sono tutte in declino, se nonscomparse. C’era il corallo, di cui Platimiro portaI’ ultima bandiera. C’erano le saline, che una voltaerano le più estese d’Europa e oggi sono fortementeridimensionate. E poi la piccola pesca, che vantava un’ampia flotta e che è ormai praticata da unosparuto gruppo di sopravvissuti. Al porto i pescatori artigianali saranno al massimouna quindicina. Escono a mare la notte e tornanodi buon mattino con il loro carico, che vendono airistoratori o ai privati direttamente al molo. RaccontaAlberto Cipollina, decano dei pescatori oggi inpensione, che lui a dieci anni veniva portato a maredal padre, in piena notte. “Eravamo centinaia. Versole quattro del mattino, c’era una folla incredibile,un frastuono gioioso. lo mi ricordo che dormivocamminando mentre andavo verso la barca. Eche mio padre mi svegliava dandomi delle spinte”Cipollina si è poi imbarcato sui mercantili. Ha solcatogli oceani e navigato in mezzo mondo. Salvo poi tornare alle origini, comprare una barca e dedicarsialla piccola pesca, attività oggi portata avanti daifigli Salvatore e Giacomo. A casa di Alberto ci sonole enormi spugne che ha pescato nel Mediterraneo,residui documentali di un passato in cui il mare eraricco e la vita dura ma prospera. “Oggi si guadagnapoco. Non è più come una volta””C’è stato un mutamento culturale e antropologico,che ha investito la pesca e in generale il rapportoche Trapani ha avuto per secoli con il proprio mare”Ninni Ravazza ripercorre la storia delle varie attivitàmarinare della città, dalle tonnare oggi spentealle vicissitudini degli “uomini che hanno sfidatogli abissi” come vengono definiti in un suo libro i pescatori di corallo. Con la sua folta barba biancache gli incornicia confusamente il volto, somiglia piùa un lupo di mare che a un intellettuale da scrivania.E d’altronde è un protagonista partecipe delle storieche racconta. Anche lui è parte di quel manipolo di uomini che hanno sfidato gli abissi, quelle creature quasimitologiche, mezzi uomini e mezzi pesci, che si immergevanonel buio dei fondali a caccia delle preziose arborescenze.Racconta di quando tra gli anni 70 e gli anni 80 la scopertadi un banco di coralli proprio a largo di Trapani ha prodottoun’attività febbrile, con sommozzatori, avventurieri,commercianti senza scrupoli che si sono trasferitiin città per mettere le mani sugli ambiti rami. Fuun’epopea in cui si incrociarono destini, si strinseroamicizie, si costruirono fortune. E fu una delle ultimefiammate di vita di questa città che da allora èentrata in una spirale di declino.Ravazza parla di un centro marinaro che ha perdutola propria identità e che oggi vive con vergogna, quasicon fastidio il proprio mare. “Basti pensare che sullungomare nemmeno cè un ristorante di pesce”, dicesottolineando un aspetto che può apparire minimalema che racconta più di ogni altra cosa il senso dismarrimento di una città che pare tradire se stessa.

Perché quella dei trapanesi con il mare è una storiad’amore millenaria, basata su una relazione quasi simbiotica. Con una peculiarità, che in parte spiegal’attuale spaesamento: protesa verso I’ acqua, la città ha sempre mantenuto saldi i piedi a terra. Nata come porto e ristoro del ricco borgo di Erice, abbarbicatosul monte omonimo con il suo santuario dedicato aVenere, ha sempre guardato da quella parte. Popolodi marinai ma non di naviganti, pescatori e contadinial tempo stesso, i trapanesi non anelano a varcare lecolonne d’Ercole ma preferiscono tenersi cautamentesotto costa. Questa caratteristica anfibia li avrebbeportati a sviluppare quelle attività interstiziali tra terrae mare, le saline in primis, ma anche le tonnare e la piccola pesca. E proprio la crisi di queste attività liavrebbe poi spinti a volgere le spalle all’acqua e acercare rassicurazioni nel grembo protettivo dellaterra madre. “Trapani ha cercato, e in parte trovato, una nuova vocazione turistica, sottolinea Ravazza.“Ma ha cancellato parte della sua storia, quella legataal mare”.Non è stato un movimento lineare: c’è stata la crisidel corallo, cui è seguita quella delle saline. Sono poi State chiuse le tonnare perché il tonno rosso dovevaessere protetto o pescato secondo quote decise altrove e assegnate ai grandi pescherecci che usanole reti a circuizione.

Si è cosi perduto un sapere artigianale e un vivere insieme di una comunità che costruiva e si tramandavaquesto sapere, queste architetture marine elaborateper catturare i tonni o trattenere il sale. O per pescare i pesci azzurri, di cui questo tratto diMediterraneo era cosi ricco – e le flotte trapanesimcosi specializzate nelle catture. l colpo di grazia è arrivato dall’Unione Europea, che ha favorito la dismissione dei battelli e imposto contro ogni logica un’unica licenza di pesca,costringendo i pescatori ad abbandonare il lavoroche sapevano fare meglio, ossia mutare il metodo di pesca a seconda delle stagioni, seguire i ritmi del mare e avere con questo un rapporto armonico. Lo sottolinea Dino Amoruso, che ha fatto per una vita il piccolo pescatore e che per sopravvivere ha deciso di rilanciare. Ha comprato un grande peschereccio con cui fa lo strascico: perché oggi per fare reddito I’ unico modo è fare economie di scala. Racconta il nuovo armatore che prima ii piccoli pescatori facevano quattro o cinque tipi di pesca diversi a seconda della stagione, cambiando tecniche di cattura e genere di rete. Oggi non possono più lavorare in questo modo. “Sono costretti in un contesto che non è naturale, perché la pesca per definizione è legata alle stagioni. Si è messo cosi fine coartatamene a una relazione che era di mutua conoscenza e di mutuo rispetto”. Amoruso continua a pescare in attesa della pensione, sapendo che dopo di lui non ci sono eredi, che è l’ultimo rappresentante di un mondo che si sta decomponendo, “perché oggi i ragazzi preferiscono fare gli impiegati piuttosto che faticare,mentre una volta andare in mare era sofferenza maanche un salario a fine mese che era il doppio o iltriplo di quello di un lavoro d’ufficio”. Nella sua cabinadi capitano c’è una statuetta de “U Santu Patre”, SanFrancesco di Paola, protettore della gente che va permare ma anche di chi lavora nei campi, venerato inugual modo al porto di Trapani e al borgo di Erice,incarnazione vivente di quella duplice connotazionedella città, terrigna e acquatica al tempo stesso. Lula guarda mentre fa il caffè ed evoca problemi piùmateriali: la miopia dei legislatori europei; i vincoli elacciuoli che hanno annientato la flotta della piccolapesca; i delfini, tanto amati dagli ambientalisti maodiati dai pescatori, perché distruggono le retie mangiano tutto il pesce. Dalla nicchia in cui èadagiato, U Santu Patre pare ascoltare in silenzio,indeciso se compatire o glorificare Amoruso e i suoicompagni di ventura, ultime diafane luminescenze diun luogo che una volta brillava di luce.Perché al porto non c’è più nessuno. I cacciatori di

corallo, che si sono arricchiti spesso in modo osceno,si sono comprati case moderne in periferia. Lostesso hanno fatto i pescatori che hanno rottamatole barche grazie aghi incentivi europei. E anche quellioggi ancora attivi vivono altrove. Cosi il porto haperso la sua caratteristica di luogo di incontri, discambi, di vita che si declina tra sintesi di esistenzediverse, il senso di quel frastuono gioioso nella notte che ricorda Alberto Cipollina come un tratto della suainfanzia.ll degrado in cui versa la Colombaia, la fortezza postasu un’ isoletta all’estremità occidentale del molo dipesca, è ulteriore segno di una città che tratta ilproprio mare con indifferenza, se non con disagio. La leggenda narra che il castello sarebbe stato costruito una prima volta durante la prima guerra punica daAmilcare Barca, il generale cartaginese padre diAnnibale, e abbia poi subito varie trasformazionida parte dei diversi potenti che nei secoli hanno conquistato e amministrato la Sicilia. Oggi l’edificio è abbandonato, slegato dalla città, lembo estremo diun luogo che una volta era centro e oggi si considera periferia.Perché la crisi di Trapani è anche crisi i quell’ampiospazio che è il Mediterraneo, che ha perso la suavocazione di mare di scontri e incontri, di commercie guerre, di scambi proficui e di omerici saccheggi.Ritrovo di pirati e avventurieri, mercanti e truffatori,cacciatori di corallo e arpionatori di tonni, quelmare è oggi l’ombra di se stesso. E Trapani fulcrodi molteplici frontiere, sospesa tra terra e acquae perennemente in bilico tra l’Europa e l’Africa, haperso tutta la sua centralità. E davvero tutto perduto? Non è possibile per Trapani pensare a un rinnovato patto con il proprio mare,che per secoli è stato fonte di vita e di ricchezza,mparte integrante e fondamentale della comunità  cittadina? Un piano di risanamento promosso dallaRegione siciliana e finanziato dal Piano nazionaledi ripresa e resilienza (PNNR) prevede il restauro e la trasformazione della Colombaia in un centro peresposizioni e convegni. Un altro progetto di ampio respiro punta a ridare vita al lungomare oggi in dissesto, riattivando il porto passeggeri e la darsena dei pescherecci. Questi progetti vedranno effettivamente la luce? Trapani saprà risorgere dalla caduta e ritrovare le antiche glorie? In un garage proprio dietro ilporticciolo, un uomo anziano è impegnato a ripararereti da pesca. E seduto su uno sgabello, solo. Inmano ha ago e filo. Il suo lavoro procede a rilento,perché la vista non lo assiste più come un tempo.Ma lui è i, al calar del sole, impegnato a portareavanti la sua attività contro ogni logica apparente.Nessuno forse userà mai quelle reti e probabilmentegli stessi pescatori non sanno che lui sta lavorandoper loro. La sua opera somiglia più che altro allatessitura di una tela in attesa di tempi migliori. ComePenelope con il prode Ulisse, l’anziano ex pescatoresembra attendere il ritorno di quel mondo che luiaveva conosciuto e di cui lui stesso con il suo lavorocertosino, cosi inattuale è rimasto una delle ultime vestigia.

Isole Kerkennah, Tunisia

Ramdhane Megdiche osserva il mare che prima gli ha dato, poi gli ha tolto tutto. Ha il volto scavato dalsole, la barba grigia e folta, i cappelli arruffati e unosguardo vivace dietro la ragnatela di rughe che gliavvolge gli occhi scuri. Mentre parla esplode a tratti in risate fragorose, con cui tenta di nascondere un fondodi tristezza che gli attraversa il volto come un’ombra.Megdiche ha 6l anni e ha verso il mare un sentimento ambivalente: fiero figlio della prima donna pescatricedell’isola, la venerata Saida Delali, pescatore a suavolta oggi a riposo, infine padre di un figlio che il marelo ha attraversato per andarsene in Europa, dovefa una vita ai margini da qualche parte in Francia.Megdiche ha cominciato a pescare a 12 anni perchécostretto dal padre. E dopo mezzo secolo provaancora un sentimento di rammarico misto a rabbiaverso quella costrizione, perché da alunno modelloavrebbe voluto continuare gli studi e si è trovatoinvece a vivere una vita che altri hanno scelto per lui.Tale era allora la consuetudine da queste parti: finitala scuola primaria, si andava in barca e si perpetuavail destino di famiglia. Ma questo destino si è interrottocon la sua generazione; quelle successive non nevogliono sapere di un lavoro che è tanta fatica e pocoguadagno e preferiscono inseguire sogni di gloria al dilà del mare.Il mare è ovunque qui, in questo lembo di terra cheè Chergui, l’isola principale dell’arcipelago delleKerkennah: una dozzina di isolotti di cui due soliabitati, Chergui appunto e Gharbi, nominati in basealla loro posizione, orientale il primo, occidentale ilsecondo, quasi a testimoniare il senso pratico di una collettività per cui i punti cardinali sono tutto o quasi.Qui tutti sono pescatori e lo sono sempre stati: altreattività non esistono. Se vuoi fare altro, devi prendere  il traghetto che una decina di volte al giorno collega Iisola occidentale con Sfax, sulla costa tunisina.Oppure fare come il figlio di Ramdhane, trasformarti in un “harraga”, bruciare i documenti, salire su un barchino e puntare all’isola di Lampedusa, che dista appena120 chilometri. “Poche ore di viaggio, che i nostri figli fanno sempre più spesso, senza rischi, perché loro loconoscono il mare e sanno quando è il caso di partire, quando invece è meglio restare a casa”.

Al porto di pesca di Ataya l’ampiezza del fenomeno degli “harraga” è resa con evidenza dall’età medidei pescatori: non c’è un giovane, sono tutti più o meno della generazione di Ramdhane. I loro figli  sono altrove, chi in Italia, chi in Francia, chi chissà dove. Li sentono al telefono, quando li sentono. Ramdhane del suo ha perso le tracce. Mostra una foto sul cellulare, non recentissima. Dice che è da qualche parte tra Marsiglia e Lione, si è forse sposato ma “non fa cose del tutto lecite”, ammette con una punta di rabbia verso di lui ma soprattutto verso se stesso, che è poi il senso di impotenza di un padre che ritiene di non aver saputo orientare a dovere ilfiglio, o forse la segreta invidia per un figlio che ha disobbedito ai dettami del padre, come anche lui avrebbe voluto fare. ll suo collega Adnan Jaziri, il cui figlio si è imbarcato a quindici anni a sua insaputa ed è in Sicilia in una comunità di accoglienza per minori, ha con quest’ultimo un rapporto più costante. “Ci sentiamo tutti i giorni su whatsapp”, dice. E lo chiama. Ma il telefono squilla a vuoto. “Sono le undici di mattina. Dormirà ancora, aggiunge con un po’ d’amarezza guardando l’orologio, probabilmente pensando aisuoi quindici anni, quando a quest’ora la giornata era già compiuta e lui tornava a riva dopo una mattinata trascorsa in barca a controllare le reti una a una. I villaggi che punteggiano le isole sono deserti. In strada non c’ề un’anima. Due bar su tre sono chiusi, gli altri sembrano galleggiare in una quotidianità sospesa in cui i rari avventori prendono un caffè e rimangono avvinghiati al tavolo ore e ore a giocarea carte, a parlare di fasti passati, a rimembrare quell’epoca in cui alle Kerkennah la pesca portava ricchezza e tutti ampliavano le loro case in vista di un futuro che si annunciava prospero e di una comunità che si sarebbe allargata sempre più. Invece è successo il contrario: la comunità si è ristretta, i giovani sono fuggiti e le case sono rimaste vuote. Chi è rimasto oggi esce in mare quasi per passare il tempo – o perché non sa fare altro. Sui moli si ammassano reti in disuso e scafi di legno corrosi dall’usura. Le cassette che sbarcano i barchini sono semivuote. E i fieri pescatori della Kerkennah stanno diventando una specie in via di estinzione, propriocome i pesci che hanno catturato per secoli. I numeri raccontano di un esodo inarrestabile: in30 anni l’arcipelago è passato da 22mila e 12mila abitanti. Eppure le Kerkennah sono tradizionalmente il vivaio del Mediterraneo: è qui che, grazie aifondali ricchi di posidonia oceanica si sono sempre riprodotti pesci di ogni sorta, orate, cefali, cernie, nonché crostacei e molluschi di vario genere, polpi,vongole, gamberetti, scampi. Le Kerkennah sono I’alfa e l’omega del Mediterraneo: qui comincia la vitadel grande mare di mezzo, qui si può toccare con mano l’inizio del declino. “Se soffrono le Kerkennahsoffre tutto il bacino Mediterraneo” sentenzia Megdiche, che non ha mai abbandonato fisicamente l’arcipelago se non per andare qualche volta a Sfaxma che ha una cultura libresca quasi sconfinata,frutto di letture notturne condotte di straforo, a lume di candela, per continuare da autodidattaquel percorso di studi da cui è stato brutalmente strappato. Talmente ricco è il mare delle Kerkennah che tradizionalmente i pescatori non escono per andare a cercare il pesce ma attendono immobili che questo finisca nelle loro reti. E, ingegnoso nella sua semplicità, il cosiddetto sistema della sharfiya. Ognuno qui coltiva un particolare appezzamento di mare, dato in usufrutto dallo stato. Gli spazi inconcessione sono delimitati da recinti fatti di foglie di palma, all’interno dei quali vengono costruiti sempre con foglie di palma percorsi obbligati, che sfruttandole correnti indirizzano i pesci verso le camere di cattura in cui sono disposte delle nasse. I pescirestano cosi incastrati e i pescatori due volte al giorno vanno semplicemente a controllare cosa sia finito nelle loro trappole. Se gli esemplari catturati sono troppo piccoli o non commercializzabili, li ributtano a mare. Altrimenti li portano a riva. Possono così fareuna pesca selettiva, meno distruttiva di quella operata dai pescherecci a strascico, che raschiano in modo indiscriminato e devastante i fondali.  Il labirinto della sharfiya non è fisso, ma viene ricostruito ogni anno, in concomitanza con l’estate. Come un raccolto che ha la sua stagionalità, neimesi estivi il sistema viene dismesso per essere ricostruito e permettere al mare di rigenerarsi. Perchédallo stato di quelle acque dipende il benessere dei pescatori. Il tempo di fermo biologico corrisponde ai tre mesi che intercorrono tra il solstizio d’estate e l’equinozio d’autunno. E un periodo di riposo ma anche di grande attività. Bisogna tagliare le palme, studiare il fondo marino, interpretare le correnti, infine ricreare il percorso, con il recinto e le camere di cattura. Ể un rito collettivo a cui partecipa la famiglia intera e in cui per secoli le conoscenze si sono tramandate di padre in figlio. Il metodo è talmente peculiare che nel 2020 I’Unesco lo ha inscritto nella sua lista di patrimoni immateriali ancestrale ed esempio unico di sostenibilità. Sonoinfatti secoli che il pescatore concessionario svolge un duplice ruolo: non solo usufruttuario, ma anche custode di quel pezzo di mare. La leggenda farisalire le origini della sharfiya addirittura all’epoca fenicia, ma la sua codifica collettiva si situerebbe nel XVII secolo dopo Cristo. Fu alla fine del Seicento che la principessa Aziza Othmana, figlia del bey di Tunisi, venne alle Kerkennah e rimase turbata dalla povertà estrema degli abitanti. Pregò quindi il padre di cedere loro l’usufrutto perpetuo di porzioni di mare e questi acconsenti. Da allora, le sharfiya si tramandano di generazione in generazione e,  quando non vengono più sfruttate, sono vendute in aste pubbliche in cui il valore degli appezzamenti è commisurato alla lontananza dalla costa, alla pescosità della zona, al tipo di fondale. Perché i pescatori delle Kerkennah conoscono il loro mare palmo a palmo. Come coltivatori che misurano anno per anno la fertilità dei campi, osservano e studiano il variare delle correnti, dei fondali, delle condizioni idrografiche, dei tipi di specie che catturano. Dal loro osservatorio permanente, oggi notano che sta cambiando tutto. Il mare è più caldo, i pesci non ci sono più o sono molti meno. E sono comparsi nuovi predatori, che modificano gli eco-sistemi e competono per la risorsa con gli esseri umani. “Daesh, daesh. Solo daesh” gridano Adnane Ramdhane mentreTirano su le nasse. Dentro alle trappole decine di enormi granchi di colore blu agitano le chele. Ormai presenza costante e invasiva nei fondali tunisini, i crostacei sono stati soprannominati come i combattenti dello stato islamico. Perché hanno lo stesso atteggiamento: non tollerano altre presenze e fanno tabula rasa ovunque passano. Sono il principale cruccio dei pescatori, giacché tagliano le reti con le chele e divorano i pochi pesci che rimangono intrappolati. Di nassa in nassa, la pesca del giorno si rivela assai magra. Centinaia di granchi e poco altro: un paio di seppioline e un’orata talmente piccola che viene ributtata a mare. E poi bottiglie, contenitori, bariletti di plastica. Lo scarno bottino è la fotografia più concreta dello stato ci questo mare, che una volta dispensava abbondanza e ormai restituisce solo scarti e immondizia.  Quando non addirittura cadaveri. Sempre più di frequente qui arrivano i corpi senza vita provenienti dai naufragi delle traversate verso I’ Europa. Sono per lo più sub-sahariani partiti dalla terraferma, da Zarzis, da Sfax o da Gabès, assicura Megdiche. “Anche da qui partono i barchini, ma sono di tunisini che non vanno allo sbaraglio“. Qui però finiscono i corpi, raccolti da quegli stessi pescatori che si muovono trai recinti di palma delle sharfiya. Le correnti del mare li spingono a riva. Loro ci hanno fatto l’abitudine. Ne parlano con distacco, quasi con fastidio: “Quando vediamo un corpo, chiamiamo gendarmi e aspettiamo”, sottolineano con asettica precisione. Come è accaduto che un mare florido è diventato un cimitero? Come è successo che invece di polpi, cernie, orate e spigole si pescano cadaveri? Alle Kerkennah si misurano tutti i paradossi del mare di mezzo: sfruttato intensivamente per la pesca, arroventato dai cambiamenti climatici, violentato dall’abuso di materiali inquinanti, è oggi esangue. E invece che di vita ribolle di morte e distruzione. I granchi blu che si agitano sui fondali e nelle nasse sembrano una piaga inviata dalla natura per punire l’uomo che ha alterato gli equilibri. Non è forse colpa dell’essere umano se la temperatura del mare e della terra si sta alzando? Non è sempre l’essere umano ad aver pescato a dismisura riducendo le specie? Ancora: non è stata qualche grande nave cargo guidata da uomini ad aver accidentalmente portato nel Mediterraneo questo flagello dalle acque tropicali in cui viveva? I gestori delle sharfiya osservano i cambiamenti e reagiscono come possono. Privati della propria tonte di sostentamento, cambiano metodi. Usano la plastica invece delle foglie di palma. Non dismettono le strutture in estate. E soprattutto, partecipano di straforo alla pesca a strascico. “Tutti cercano di sopravvivere” dice Megdiche. “Non sempre usando metodi ortodossi”. Perché il paradosso è proprio questo: nel momento in cui il metodo della sharfiya riceve la sua incoronazione internazionale, eletta dall’Unesco a imperitura memoria come patrimonio dell’umanità, semplicemente non funziona più. Non garantisce alcun reddito agli usufruttuari, né sembra destinata a conservarsi in futuro. Megdiche ha già ceduto la sua, un po’ perché non gli fruttava, un po’ perché preferisce andare a pescare in mare aperto quando ne ha voglia. Ma anche chi la mantiene come Adnan vede il futuro fosco. Il mare è morto, gli equilibri sembrano saltati per sempre. La sharfiya non svolge più la funzione che ha svolto per secoli, semplicemente perché il mare non è più quello di prima. E così ritorna incessante la domanda: quando è cominciato questo declino che pare inarrestabile? Ramdhane accusa i pescatori a strascico “che hanno Devastato i nostri sistemi agendo illegalmente ma in totale impunità”. Fa poi riferimento allo sfruttamento di petrolio proprio a largo delle coste, che ha causato in più di un’occasione maree nere, provocando morie di pesci.Tutti fattori concomitanti, che hanno accelerato la crisi. Ma a monte c’è un cambiamento epocale: il Mediterraneo si sta scaldando a velocità vorticosa, mutando in modo irreversibile le condizioni di vita delle specie acquatiche. Cosi organismi esotici come i granchi blu, provenienti dalle coste atlantiche degli Stati Uniti meridionali e del Messico, hanno trovato un habitat perfetto e si sono riprodotti a dismisura. “Fino a meno di dieci anni fa, queste specie non si erano mai viste. Ora stanno devastando tutto”, dicono Adnan e Ramdhane. Loro li pescano e li rivendono a una piccola fabbrica di confezionamento al porto. Che poi li spedisce in Asia, dove sono considerati una leccornia. Ma glieli pagano due dinari al chilo, meno di 60 centesimi di euro. “A fine giornata non hai ripagato neanche i soldi della nafta”. Il clima che si respira nei porti delle Kerkennah è quello di una dismissione totale, di una tana libera tutti in cui si è perso il senso di una collettività e ognuno cerca di salvarsi da solo. E cosi i figli dei pescatori rinnegano le loro origini e prendono il mare per fuggire lontano. O si tramutano in capitani delle traversate. Così vicine a Lampedusa, le isole sono diventate una delle basi di partenza degli scafisti. pescatori negano, dicono che gli organizzatori delle traversate sono altrove, che qui i giovani partono ma in autonomia, all’avventura e non per business. Ma quel che è certo è che le nuove generazioni hanno scelto un’altra vita, qui non ci sono più. E i più anziani come Megdiche sembrano gli ultimi resistenti di una genia rimasta drammaticamente senza eredi, rappresentanti di un mondo che si sta disfacendo sotto i loro stessi occhi.

Jamestown, Accra, Ghana

Nella stradina di asfalto sconnesso che attraversa l quartiere di Jamestown declinando fino al mare troneggia un murale. Raffigura Mami Wata, la divinità dell’acqua mezza donna e mezzo pesce. Seducente e misteriosa, è il nume tutelare della comunità. Per secoli ề stata venerata e omaggiata, perché un suo semplice cenno di disappunto poteva condannare alla sciagura perpetua. Il murale è oggi scrostato, rovinato, semi abbandonato, segno che la speranza è sfiorita lasciando spazio a un’indifferenza che malcela lo sgomento per un destino che pare ineluttabile. In fondo alla strada, in un’insenatura che pare spuntare dal nulla, i pescatori di ritorno dalla notte in mare spingono cantando le barche sulla battigia. Si muovono ritmicamente, quasi a passo di danza, guidati da squadre che trainano gli scafi sulla spiaggia facendoli scivolare su grandi cilindri di ferro. Le canoe vengono parcheggiate. Il pescatorè scaricato. Le cassette passano di mano in mano. Le donne lo sciacquano, poi lo espongono su rudimentali vassoi di legno. I pesci più piccoli, come le acciughe, sono venduti direttamente in secchi. Quelli più grandi divisi per tipologie. Altre donne poco più in alto sulla collina che sovrasta ‘insenatura affumicano il pescato invenduto il giorno prima adagiandolo su piani di ferro sotto ai quali arde il carbone. L’inestricabile groviglio di barche e persone, il movimento incessante di braccia e mani avvolgono l’orizzonte da parte a parte. Le canoe sono serrate le une contro le altre, disposte su file. Per arrivare al mare bisogna seguire percorsi labirintici che spesso si infrangono contro la parete lignea di una barca. Le venditrici si ammucchiano all’ombra della fila più interna, quella di più facile accesso. Le affumicatrici lavorano sulle pendici della collina, in minuscole radure dove la pendenza è appena un po’ minore. Palafitte precarie che paiono fluttuare nel vuoto aumentano lo spazio loro riservato. L’apparente anarchia risponde a precise leggi non scritte. Ognuno sa qual è il suo posto. Dove mettere la canoa. Dove adagiare il proprio baracchino di vendita. Dove affumicare il pesce. Ma questa disposizione è transitoria: questi pescatori, queste venditrici, queste affumicatrici sono probabilmente destinati a essere spazzati via. Jamestown è il fulcro intorno al quale, più di quattro secoli fa, è nata Accra, la capitale del Ghana. Da qui partivano i carichi di schiavi diretti verso le Americhe. Qui venivano imbarcate verso l’Europa le risorse estratte nell’entroterra : oro prima, poi olio di palma, gomma e infine cacao. Qui ancora si sviluppò, a partire dall’indipendenza, una florida comunità di pescatori artigianali. Robert Nettey è la memoria vivente di quella comunità. È quasi mezzo secolo che ne è parte attiva. Ha cominciato a pescare quando era bambino, sulla canoa del padre e del nonno, notte e giorno, tutti i giorni eccetto il martedì, quando per tradizione nessuno si avventura in mare per non disturbare il riposo delle divinità che vegliano sull’oceano. Ha imparato a nuotare prima che a camminare. Nelle notti scure illuminate solo dalle stelle, è stato iniziato a leggere le maree, a interpretare i silenzi e ii rumori del mare, a scandagliare i misteri nascosti dalle onde, perché quello era il sale e la vita della sua comunità. Figlio, nipote e pronipote di pescatori, è oggi l’ultimo della sua stirpe. I suoi nove figli hanno seguito tutti altre strade. “E hanno fatto bene”, dice lui. “Perché ilpesce non dà più da mangiare”. Tra le casette basse di Jamestown la pesca è ancora l’attività principale. Ma i giovani guardano altrove. Sanno che quel mare è sempre meno munifico. Che le barche devono trattenersi diverse ore, se non giorni interi, per fare un carico. Che la nafta è sempre più cara. E che, una volta divisi i proventi, a loro resterà poco più che un pugno di mosche.”Sono finiti i tempi dell’obug dice sconsolato Nettey, facendo riferimento a quel periodo dell’anno in cui il mare era talmente generoso che si poteva pescarecon le mani.Quelli che ancora si dimenano ritmicamente sulla spiaggia di Jamestown sono gli ultimi superstiti.  Quel brulicare di canoe, quell’agitarsi di corpi e mani, quegli inni cantati in coro, quelle bandiere di varia provenienza che sventolano sugli scafi colorati, quelle donne che urlano i prezzi in cedis, quei fumi pungenti che si innalzano dai pinnacoli alimentati a carbone, tutto questo pare destinato a scomparire, a rimanere un residuo di un passato cancellato in nome di un supposto progresso.Il progresso è il porto cinese che si sta costruendo a poca distanza. Per aprire il cantiere, i pescatori artigianali sono stati sloggiati, le loro baracche rase al suolo. Gli è stato detto che anche loro beneficeranno del nuovo molo, alimentando in loro un’illusione. Ma la promessa somiglia a un raggiro, perché il progetto è concepito esplicitamente per la pesca industriale: ci sono magazzini per lo stoccaggio, per la lavorazione, per l’esportazione. L’evoluzione segna la fine di un’epoca. E accelerala dissoluzione di un mondo: quello dei pescatori artigianali.Perché i due modelli appaiono intrinsecamente inconciliabili. Non è tanto la convivenza tra barche di forma e natura diversa a marcare l’incompatibilità. Quella si potrebbe gestire: in linea teorica i pescherecci industriali non si possono avvicinare alla costa oltre le dodici miglia marine; ci sono aree riservate ai pescatori artigianali. Le specie che sono autorizzati a catturare sono altre. ll problema è di natura concettuale: i due metodi di pesca sono legati a due modi diversi di vivere il mare. Da sempre peri piccoli pescatori l’oceano dispensa e toglie; è prodigo quando vuole, ma sa anche essere feroce. Per questo va rispettato, tutelato e ascoltato. Per i gestori della pesca industriale il grande mare è invece solo una miniera da cui attingere ricchezze. E magari portarle altrove, dove possono essere valorizzate di più. Cosi vince chi estrae più rapidamente; chi accumula ricavi; chi sfrutta più impunemente. Con la sua potenza di fuoco, il bagliore del facile profitto, illusione baluginante di un arricchimento rapido, il modello industriale ha finito per contaminare il modo di lavorare, di pensare, di vivere il mare che avevano i pescatori artigianali. È riuscito a corrompere una visione del mondo, un modo di agire, un sentire collettivo. E cosi i piccoli pescatori sono diventati a loro volta i sicari del mare,e in ultima istanza di se stessi. Praticano il saiko. Cioè comprano in alto mare dai grandi pescherecci le specie che questi non potrebbero pescare e le vendono come se fossero state pescate da loro. Cosi incoraggiano la pesca illegale, irregolare e non documentata. Accelerano il saccheggio delle risorse. Senza rendersi conto che si stanno auto-sabotando. Lo dice bene lo stesso Nattey:”Siamo entrati in crisi perché abbiamo noi stessi cominciato a fare pesca illegale, con il saiko, Con la dinamite, le lanterne, le reti a maglie piccole. Abbiamo tradito le nostre tradizioni” I pescatori, che erano i custodi del mare, ne sono diventati gli assassini. Li si può biasimare? Sono vittime o carnefici? 0le due cose insieme? Il crollo delle catture è statodeterminato dalle grandi navi o dall’assoggettamentodei piccoli pescatori al modello intensivo delle grandi navi? “C’è un eccesso di pressione sulla risorsa,analizza Richster Ni Amarh Amarfo, che è figlio di pescatori e presidente di un’organizzazione non governativa che si occupa di pesca sostenibile. “Oggi in Ghana ci sono 14mila canoe e 75 pescherecci, quando la capacità massima sarebbe di 9000 canoe e 45 pescherecci” La pesca in eccesso distrugge gli stock, fa diminuire la risorsa e scatena una specie di schema Ponzi del mare. Per non finire in rovina, i pescatori pescano in modo sempre più indiscriminato, scaricando gli effetti delle loro pratiche illegali e incontrollate sui pescatori successivi, che sono loro stessi e i loro figli. Come porre fine a questa spirale? “Ci vuole un intervento pubblico, pensioni per i pescatori più anziani, una pesca selettiva e più sostenibile, una riduzione delle licenze ai grandi pescherecci”, sostiene Amarfo. Ma il governo pare guardare altrove, ignorare quella che l’attivista definisce una “bomba sociale” “Oggi in Ghana tre milioni di persone, ossia il 10 per cento della popolazione, dipendono direttamente o indirettamente dalla pesca. Non gestire la crisi vuol dire andare dritti contro un muro senza indossare cinture di sicurezza”. I pescatori sanno che si stanno irrimediabilmente schiantando? Benjamin Amitey, un altro veterano di Jamestown, risponde con quella semplicità che gli deriva da una vita intera passata a frequentare il mare: “Siamo troppi. Ognuno di noi ha fatto dieci figli e ognuno dei nostri figli ha fatto a sua volta dieci figli. Dove mangiava uno, ora devono mangiare in cento” Lui ha smesso di lavorare da quando, nel 2018, una tempesta gli ha distrutto le reti e la canoa. Oggi si guadagna da vivere dando lezioni di flauto ai bimbi del quartiere in cambio di qualche cedi. Ma rimane un uomo di mare. Ea domanda risponde: se avesse le risorse ricomprerebbe una barca e ricomincerebbe a pescare. Non si rende conto che diventerebbe cosi egli stesso un ingranaggio di quel meccanismo che condanna? Che aumenterebbe a sua volta la pressione sul mare? È il dilemma apparentemente irrisolvibile tra il destino individuale e quello collettivo. È la contraddizione di una comunità che è cresciuta a dismisura pensando che le risorse fossero infinite, che la manna non si sarebbe interrotta, che l’oceano fosse una cornucopia. È in ultima istanza l’antinomia che attraversa I’ intero genere umano. La situazione dei pescatori di Jamestown non è forse emblema dell’agire collettivo, di un modello di sviluppo che si è illuso che in un pianeta finito le risorse fossero infinite? Quella di Jamestown è una comunità-mondo, che si trova ad affrontare nel proprio microcosmo i problemi cruciali della contemporaneità: sovrappopolazione, scontro per le risorse e crisi climatica. Quest’ultimo è un aspetto che rende il quadro ancora più complesso. Robert Nettey nota che tutto sta cambiando velocemente. Il mare è più caldo, le correnti sono diverse. Ei pesci non sono più dove sono sempre stati. Cosi, persino lui che è cresciuto alla scuola dell’oceano dove si impara a nuotare prima che a camminare, ha difficoltà a ritrovare i suoi luoghi. I banchi che per decenni passavano in determinate zone non ci sono più. Sono altrove, più in profondità, dove l’acqua è più fredda. Tutto sembra tenersi: lo sfruttamento intensivo delle risorse produce squilibri che si ripercuotono sull’intero eco-sistema. Non ci sono relazioni semplici di causa- effetto, ma concause che aumentano gli scompensi e rendono sempre più prossimo il punto di non ritorno. In queste condizioni mutate, che fanno i pescatori? Continuano a pescare il poco che c’è, sempre meno, con sempre maggiori difficoltà, ripetendo gesti e pratiche, spingendo le canoe in mare di notte, tirando le reti e sollevandole al mattino, scaricando il pescato sulla spiaggia e affidandolo alle sapienti mani delle donne venditrici.  Quelle acciughe che riempiono i secchi sono finite nelle loro reti o sono state vendute loro a basso prezzo dai grandi pescherecci? E quei pesci affumicati da dove vengono? Il governo ghanese e i responsabili istituzionali dei pescatori giurano che il saiko è stato debellato, che è una pratica del passato. Ma non forniscono dati, né dettagli su come siano riusciti a porre fine al flagello. L’Unione europea ha comminato un “cartellino giallo” al Ghana proprio perché non è riuscito a controllare e porre un freno alle pratiche di pesca illegale. Se il giallo diventasse rosso, il mercato europeo si chiuderebbe alle  esportazioni ghanesi. Poco male, ci sono gli asiatici, che si fanno meno problemi e comprano pesce in tutto il mondo, in quantità sempre più rilevanti. E cosi assistiamo al paradosso di un paese di pescatori che è costretto a importare il 60 per cento del pesce che consuma. All’assurdità di un popolo che abdica alla propria sovranità alimentare in favore degli introiti effimeri delle esportazioni. Al crollo di una comunità che aveva saputo vivere in equilibrio con l’eco-sistema per decenni, rispettandolo e tutelandolo e che oggi sembra procedere senza bussola, incapace di opporre le proprie conoscenze ancestrali all’avanzare di un progresso che porterà solo distruzione. Ma poi: è questo un caso isolato? O si tratta di un esempio qualsiasi di un processo globale? I pescatori di Jamestown sono gli ultimi alfieri di un modello ormai desueto o piuttosto le vittime più esposte di un movimento globale che avanza in modo incessante in tutto il pianeta? In definitiva, quella che si osserva sulla spiaggia di Jamestown è una finestre di presente sul futuro dell’umanità. Un presente in cui sull’altare del profitto si stanno mortificando gli eco-sistemi, senza considerare che l’onda d’urto colpirà tutti, nessuno escluso, e che alla fine il murale scrostato di Mami Wata contemplerà un mare senza pesci e senza vita, svuotato non da qualche imprevedibile calamità ma dall’incapacità del genere umano di vivere in equilibrio con l’ambiente di cui è parte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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